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Blandizzi - Per la mia Citta
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Per la mia Citta'




Napoli non è una città, è un mondo ed io in questo mondo ci sono nato, precisamente in via arenaccia 173, ad un chilometro dalla Stazione Centrale e a 200 metri dal Real Albergo dei Poveri che è il più grande edificio del 700 costruito in Europa. Sono molto fiero di aver vissuto in un quartiere popolare dove ho imparato a vivere tra la gente semplice.

Parlare della mia Napoli è abbastanza complesso, qui tutto è sempre stato il contrario di tutto, si convive con grande naturalezza con il bene e con il male, con gli spendori e le miserie. qui si vivono tanti mondi messi insieme, e contemporaneamente, come se il rapporto tempo-spazio di colpo fosse annullato. Ci sono strade, ad esempio, come via Tribunali dove vive la stessa gente di mezzo millennio fa. Un fenomeno che non ha eguali in nessun‘altra citta europea. E qui, nello stesso spazio, verticalizzate, tre città in una, quella greca e romana a maggiore profondità, al piano superiore quella bizantina e infine, in superficie quella moderna.

Di dominazione in dominazione, fino alla camorra, la storia non ci ha risparmiato nulla. E come sempre la città è sempre stata sull’orlo del precipizio come in un famoso quadro di Brueghel. Ma è un precipizio dal quale ci salva all’ultimo minuto, ma con quale fatica, con quante sofferenze e con quanta povertà, la bellezza dell’arte e della cultura insieme con quella della natura, del mare, del clima e dei tanti tesori naturali e umani che vi abbondano. La responsabilità può essere attribuita sia ai dominatori sia ai napoletani.

E’ naturale che fra la seduzione del mondo circostante e la durezza e la sofferenza della vita quotidiana, capita, ed è capitato anche a me da giovane, di volersi affrancare dalla condizione di una napoletanità che temevo mi imprigionasse e mi tenesse lontano dal mondo. Cercavo perciò di parlare bene in italiano soprattutto quando per lavoro ero in giro per l’italia. Così mi sembrava di riscattarmi dalle condizioni in cui spesso i media e il comune sentire degli altri hanno relegato noi napoletani. Nel tentativo di dimostrare che non eravamo tutti camorristi o tutti furbi o tutti sfaticati. Il mio comportamento peccava, lo riconosco, di ingenuità, ma sappiamo benissimo che trovarsi lontano da Napoli talvolta ci fa sentire a disagio per certe forme di arretratezza culturale che talvolta in chi ci ospita sfiora il razzismo.
Nella mia vita ho vissuto alti e bassi, e quest’altalena è comune a tutti. ma fra gli “alti” debbo annoverare l’incontro e la forte amicizia che mi ha legato col grande maestro Sergio Bruni. Uno dei frutti di questo sodalizio straordinario è stato scrivere una canzone “Per la mia città”, la mia vera dichiarazione d’amore per una Napoli migliore.

In questi versi e in questa musica ho cercato di trasmettere quella capacità di sentire e vedere e quindi trasmettere Napoli con altri occhi. Con gli occhi della speranza, dell’ottimismo, del cuore oltre l’ostacolo ed anche per tenere alto il valore dell’arte, della musica, della poesia e della civiltà di questa, nonostante tutto, straordinaria, inimitabile, unica città.